Se ti definisci femminista, non puoi comprare fast fashion

Se ti definisci femminista, non puoi comprare fast fashion

Come ci vestiamo dice molto di chi siamo. Anche quando non ne siamo pienamente consapevoli, l'abbigliamento è una dichiarazione: racconta i nostri gusti, il nostro modo di stare al mondo e i valori in cui crediamo.

La moda è un linguaggio. E dentro questo linguaggio esiste un sistema complesso, fatto di persone, dinamiche economiche, equilibri di potere e, troppo spesso, ingiustizie.

Noi di Rethinking Indigo parliamo spesso delle contraddizioni del sistema moda: dall'inquinamento delle produzioni allo sfruttamento dei lavoratori. Un dato su tutti dovrebbe farci riflettere: circa l'80% della forza lavoro nel settore tessile è composto da donne. *

Fonte: Open Society Foundations

Nel sistema del fast fashion, queste donne sono spesso soggette a condizioni di lavoro inaccettabili: turni massacranti, stipendi bassissimi, ambienti insalubri, violenze fisiche e verbali. In molti Paesi, dove i sindacati sono deboli o inesistenti, denunciare significa rischiare il posto di lavoro, un rischio che molte non possono permettersi di correre, perché da quel salario dipende la sopravvivenza della famiglia.

Il sistema corre troppo veloce per fermarsi a chiedersi cosa non funziona. La priorità è produrre, vendere, fatturare. Ancora e ancora.

E non si tratta solo di Paesi lontani come Bangladesh, Vietnam o Cina. Anche in Italia emergono realtà preoccupanti: inchieste giornalistiche hanno raccontato di ritmi impossibili, pressioni psicologiche, body shaming e salari inadeguati nella manifattura tessile. Una realtà fatta di burnout e sfruttamento sistemico, che spesso rimane invisibile dietro l'etichetta “Made in Italy”, che evoca eccellenza, artigianalità, prestigio. Ma cosa racconta davvero delle mani che hanno cucito quel capo? *

Se parliamo di femminismo e di diritti nel mondo del lavoro, dobbiamo essere disposti a guardare anche alle nostre scelte di consumo. Quello che acquistiamo e indossiamo non è neutrale.

Leggere Michela Murgia o Simone de Beauvoir, parlare di parità salariale, di maternità, di carico mentale e di diritti, perde coerenza se poi sosteniamo economicamente un sistema che si regge in larga parte sullo sfruttamento di altre donne.

Il femminismo non è solo teoria: è pratica quotidiana. È anche scegliere dove e come spendere i propri soldi.

Solo un secolo fa, molte donne hanno rischiato e perso la vita per garantirci i diritti che oggi diamo per scontati: studiare, lavorare, votare, autodeterminarci. Onorare quelle lotte significa non chiudere gli occhi davanti a nuove forme di sfruttamento che colpiscono, ancora una volta, principalmente donne.

Comprare l'ennesimo capo fast fashion, spesso copia a basso costo dell'alta moda, per sentirsi parte di un gruppo o seguire un trend, non è una scelta neutra. Quel gruppo non urla glamour: urla, inquinamento e disuguaglianza. 

Essere femministe significa anche interrogarsi sulle proprie contraddizioni. Non si tratta di essere perfette, ma di essere consapevoli. Di rallentare. Di scegliere, quando possibile, le alternative più etiche e consapevoli. Informarsi sulla filiera, scegliere meno capi ma di qualità, sostenere la realtà trasparente: sono piccoli gesti che, moltiplicati, cambiano un sistema.

 

* fonte Il Vestito Verde

* vedi servizio report rai 3 “Sfruttate al Max”

* fonte immagine copertina : Fabric Of Change

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