Tra sguardi, tentativi e sensibilità: la genesi di Canto Primo
Verona. La stessa ispirazione tragica e romantica di Romeo e Giulietta, ma questa volta con un finale diverso. Una designer in Argentina, l’altra in Italia. Due percorsi paralleli, accomunati da una visione libera, profonda e sensibile. Poi l’incontro con un artista che ha saputo connetterle — non solo professionalmente, ma nell’urgenza di creare qualcosa che andasse oltre la moda. Si ritrovano in Italia, tutti e tre, e nasce Canto Primo. Non un progetto pensato a tavolino, ma un’allineamento di intenti, sensibilità e visioni.
Questa è la storia della prima collezione, nata senza strategie ma con un fuoco autentico. In questa intervista, Lola Català e Carola Quaglia ci raccontano l'inizio del loro percorso: tra cappotti salvati, giacche diventate simboli e una produzione che ha trovato nella spontaneità la sua forza più potente.

1.Qual è stata la scintilla che vi ha spinto a creare la vostra prima collezione, e che messaggio volevate trasmettere attraverso quei capi?
Carola: La prima collezione è nata in modo spontaneo, come se i pianeti si fossero allineati: niente era pianificato. Volevamo creare un brand che fosse un mix tra arte, cinema, moda e letteratura, un progetto che permettesse di esprimerci. Sapevamo anche, che l’unico modo per partire concretamente era attraverso la sostenibilità, visto che entrambe avevamo già lavorato nel settore fashion.
Non avendo a disposizione grandi investimenti iniziali, l’upcycling è stato naturale: ci ha permesso di utilizzare materiali di qualità, anche italiani, che altrimenti sarebbero stati scartati. È stato un percorso creativo e divertente, attraverso cui abbiamo scoperto quante possibilità ci fossero nel dare nuova vita ai tessuti.
Lola: Inizialmente, il nostro socio, artista e illustratore, ha contribuito con le sue illustrazioni, che abbiamo trasformato in felpe stampate: da qui è nata l’idea di creare capi distintivi ma scalabili. Il messaggio della prima collezione era molto personale: ognuno di noi si sentiva in una “selva oscura”, in un momento di incertezza, ma con un fuoco dentro pronto a farsi sentire. Volevamo condividere questa energia con il mondo e trasmettere agli altri la nostra voce, in un periodo in cui stavamo cercando di iniziare la vita che davvero volevamo vivere, e non quella imposta dagli altri.
2.Come avete selezionato i materiali per la prima collezione, e in che modo le disponibilità di deadstock e tessuti hanno influenzato il design finale?
Carola: La prima collezione è stata un grande esperimento: cercavamo, provavamo e imparavamo a capire come i materiali reagivano e che potenzialità avessero. Abbiamo acquistato la maggior parte dei tessuti e dei capi nei mercati di Torino, una città con una fortissima cultura del vintage, ed è proprio lì che abbiamo iniziato a conoscere davvero il mondo dell’upcycling.
Lola: C’è un episodio che racconta perfettamente lo spirito dei nostri inizi: un giorno una signora stava gettando alcuni vestiti del marito, probabilmente scomparso da poco. Erano capi di altissima qualità — maglioni, cappotti, blazer in cashmere, tutti sartoriali — e ce li ha regalati. Tra questi c’era una giacca da uomo che inizialmente non sapevamo come utilizzare e stavamo quasi per scartare. Poi abbiamo deciso di applicarle un patch sul retro, ma volevamo evitare l’effetto “toppa incollata”. Abbiamo creato un intreccio artigianale di pizzi e tessuti: è nata così la prima nostra giacca, che oggi è diventata un vero best seller.
Senza quella donazione, probabilmente non avremmo mai intrapreso questa direzione. All’epoca non avevamo risorse per sperimentare o pianificare, quindi lavoravamo in modo molto istintivo, trasformando subito ciò che trovavamo. Solo ora, con più esperienza, possiamo permetterci di esplorare nuove tecniche e sperimentare con maggiore consapevolezza.

3.Qual è stato il processo più complesso nella fase di prototipazione e test? Avete un episodio o un aneddoto che ricordate come momento chiave?
Lola: Le difficoltà più grandi nella prima fase non riguardavano il prodotto in sé, ma tutto ciò che ruota intorno alla creazione di una collezione: l’organizzazione degli shooting, la gestione dell’e-commerce, e soprattutto la produzione. Trovare una sarta, per esempio, è stata una vera impresa — Carola ha letteralmente girato tutta Torino!
Carola: Anche la ricerca dei tessuti è stata complessa: alcuni materiali, come quelli elasticizzati, sono quasi impossibili da trovare in versione deadstock. Solo di recente abbiamo iniziato a collaborare con un lanificio per poter reperire tessuti di qualità migliore. Nei mercati, infatti, si trovano buone maglierie o alcuni tipi di lana, ma è molto più difficile reperire materiali tecnici o particolari.
Un’altra grande sfida è stata — e continua a essere — quella di scalare il progetto: trovare un equilibrio tra produzione artigianale e sostenibilità economica, riuscendo a vendere in modo costante durante tutto l’anno e non solo nei momenti di lancio o “drop”. È un processo di crescita continuo, che richiede tanta organizzazione e perseveranza.

4.In che modo quella collezione ha definito l’identità estetica di Canto Primo? Ci sono dettagli che sono diventati “firme” del vostro stile fin da allora?
Carola e Lola: Sì, assolutamente. Già dalla prima collezione sono nati alcuni elementi che sono diventati tratti distintivi di Canto Primo, come il pizzo e le stampe. L’uomo di Canto Primo porta con sé un’energia femminile, un aspetto che deriva dal nostro terzo socio, e questa caratteristica è stata evidente fin dall’inizio.
I fili che cadono, i ricami delicati e sensibili sono dettagli che ci accompagnano sin dai primi capi e richiamano anche la nostra tesi universitaria. Allo stesso modo, materiali come la pelle e il denim sono sempre stati parte integrante della nostra estetica, contribuendo a definire l’identità unica del brand.
5.Guardando indietro, quali insegnamenti vi ha lasciato la prima collezione (in termini di materiali, produzione, comunicazione o rapporto con il pubblico)?
Lola: Guardando indietro, la prima collezione ci ha insegnato molto soprattutto sul fronte della comunicazione. Abbiamo capito quanto sia importante pianificare in anticipo il racconto delle nostre collezioni e la visione del brand.
Carola: La seconda collezione, infatti, è stata organizzata in maniera molto più strutturata: abbiamo definito quanti contenuti servivano, come gestire shooting, backstage e materiali promozionali. La prima, invece, era più spontanea: bastava mettere due modelli davanti alla macchina fotografica e scattare, senza pensare troppo al lato comunicativo.
Senza un negozio fisico o eventi, il nostro Instagram è diventato la vetrina principale. Oggi sappiamo che è fondamentale creare contenuti capaci di trasmettere l’anima del brand, e non solo mostrare i capi.
6.Come quelle prime scelte hanno influenzato le collezioni successive? Avete cambiato approccio, e se sì, in che direzione vi state muovendo ora?
Carola: Sicuramente i pezzi unici sono una piccola parte identitaria del brand, ma abbiamo capito che gran parte della nostra energia deve essere direzionata verso capi continuativi, in grado di raggiungere un pubblico più ampio.
I primi capi erano così artigianali e complessi che richiedevano tempi di lavoro molto lunghi, difficili da sostenere nel prezzo finale. Con il tempo abbiamo imparato a trovare il giusto compromesso tra tempo, costo e prezzo, riuscendo a mantenere l’alta qualità senza sacrificare la possibilità di vendere in maniera stabile e accessibile.