SHEIN: IL VERO PREZZO DEL FAST FASHION

SHEIN: IL VERO PREZZO DEL FAST FASHION

Prezzi bassi, collezioni infinite e marketing virale. ma dietro il successo di Shein si nasconde un sistema fatto di sfruttamento, greenwashing e diritti calpestati.

Negli ultimi anni Shein è diventato un punto di riferimento per l’acquisto di prodotti fast fashion, ma perché? Analizzando le varie motivazioni dietro il successo del brand, a vincere sono sicuramente i prezzi bassissimi – una t-shirt può costare anche meno di 10 euro – e la vastissima varietà di articoli offerti ogni giorno, con migliaia di nuovi prodotti caricati sul sito e sull’app. Una scelta praticamente infinita, pensata per attrarre soprattutto un pubblico giovane e social.

Tuttavia, dietro a questi costi così contenuti si nasconde una verità che spesso viene ignorata o minimizzata da chi acquista. I prezzi molto bassi non sono il risultato di “affari” o strategie miracolose, ma l’effetto diretto di una filiera produttiva opaca, dove a essere compressi non sono i margini di profitto, ma i diritti delle persone che lavorano e le risorse ambientali.

Shein è un marchio cinese attivo da diversi anni, ma solo di recente è esploso a livello internazionale, anche grazie a una strategia di marketing aggressiva, basata su influencer, TikTok haul e promozioni costanti. Questo ha portato a una crescita esponenziale, ma anche all’attenzione di media e autorità. Inchieste giornalistiche internazionali – come quelle di Public Eye e del canale britannico Channel 4 – hanno documentato gravi condizioni di sfruttamento all’interno delle fabbriche che producono per Shein: turni fino a 75 ore a settimana, salari molto al di sotto dei minimi stabiliti, mancanza di contratti, sicurezza assente e totale assenza di diritti sindacali. Alcuni lavoratori hanno riferito che devono pagare di tasca propria i materiali utilizzati per confezionare i capi.

A queste problematiche si aggiunge un aspetto ambientale non meno grave. Shein ha lanciato negli ultimi tempi collezioni “green” e iniziative “eco”, presentandosi come un marchio attento alla sostenibilità. Tuttavia, queste operazioni sono spesso considerate esempi di greenwashing: comunicazioni ambientali prive di sostanza reale, pensate per migliorare l’immagine pubblica del brand senza modificare la struttura produttiva. Caricare più di 5.000 nuovi prodotti al giorno e produrre capi in volumi enormi a costi irrisori è, semplicemente, incompatibile con ogni principio di sostenibilità ambientale. La maggior parte degli articoli ha una durata molto breve e finisce rapidamente tra i rifiuti, alimentando una cultura dell’usa-e-getta che ha impatti devastanti sull’ambiente.

Nel 2024, l’Antitrust italiana (AGCM) ha avviato un’istruttoria formale contro Shein. L’Autorità ha messo sotto accusa le pratiche commerciali scorrette del marchio, in particolare per l’uso ingannevole di claim ecologici – come “sostenibile”, “eco” o “a basso impatto” – senza che vi fossero prove concrete a supporto. Sono stati segnalati anche problemi di trasparenza nella catena di fornitura, con gravi dubbi sulle condizioni di lavoro e sull’origine effettiva dei prodotti.

Anche il mondo social ha avuto un ruolo centrale nel successo del marchio. Video haul da decine di capi, contenuti sponsorizzati, challenge: tutto ha contribuito a rendere virale l’esperienza d’acquisto su Shein. Ma oggi qualcosa si sta muovendo. Sempre più creator e consumatori stanno prendendo coscienza del modello tossico alla base della fast fashion estrema. C’è chi ha smesso di collaborare con il brand, chi ne parla in modo critico, chi invita a comprare meno e meglio, privilegiando marchi etici o il second hand.

Acquistare su Shein può sembrare conveniente, ma è importante farsi una domanda fondamentale: chi paga davvero il prezzo di quella maglietta da 3 euro?
La risposta è spesso amara: lo fanno lavoratori sfruttati, comunità locali inquinate, e un sistema ambientale già al collasso.

Shein è solo il simbolo più visibile di un problema più grande. Un cambiamento reale passa attraverso la consapevolezza individuale, ma anche da una maggiore regolamentazione e da un’imprenditoria che metta al centro non solo il profitto, ma anche le persone e il pianeta

In un mondo in cui tutto è sempre più veloce, anche la moda è diventata “usa e getta”. Shein è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ci ha abituati a comprare molto, troppo, e a farlo senza chiederci da dove arrivano i nostri vestiti, chi li ha cuciti e a quale prezzo.

Questo non significa smettere di vestirsi o di esprimersi attraverso la moda, ma riscoprire un consumo più lento, più informato, più umano. Imparare a fare domande, a scegliere meglio, a comprare meno e con più consapevolezza. Perché la moda non deve per forza distruggere per poter esistere

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