JUNK: quando i Fashion Victim non sono più i consumatori

JUNK: quando i Fashion Victim non sono più i consumatori

Nel 2023, Will Media e Sky Italia hanno unito le forze per produrre JUNK – Armadi pieni, una docuserie in cui Matteo Ward ci accompagna in un viaggio attraverso sei Paesi – Cile, Ghana, Bangladesh, Indonesia, India e infine l’Italia (Veneto) – per svelare l'impatto devastante, ambientale ed etico, dell’iperproduzione di abbigliamento e calzature.

 

Junk: armadi pieni. Will Media

Non aspettatevi l’ennesimo documentario patinato: JUNK è un pugno nello stomaco. Matteo entra nei luoghi della produzione, nelle fabbriche, tra le pieghe della vita dei lavoratori, spesso devastata e sacrificata in nome di una mentalità consumistica vorace, profondamente radicata nelle società occidentali e non solo.

Ma perché, a distanza di due anni dalla sua uscita, stiamo ancora parlando di JUNK?
Perché JUNK dovrebbe essere visto da tutti. Non solo da chi lavora nel settore moda, ma da chiunque. Perché, ricordiamolo, la moda riguarda tutti noi. Nessuno escluso.

A prima vista potrebbe sembrare una docuserie come tante, ma la verità è che JUNK ci obbliga a guardare in faccia una realtà che si tende sistematicamente a ignorare. JUNK non è un articolo letto distrattamente tra una notifica e l’altra. Non è un carosello su Instagram che dimentichi due secondi dopo aver scrollato la tua homepage,  JUNK è verità cruda.
Mostra le montagne di rifiuti tessili che soffocano le discariche, le condizioni precarie e disumane dei lavoratori, le donne e i bambini sfruttati, i compromessi quotidiani che intere comunità sono costrette ad accettare per sopravvivere.

Nel quinto episodio, ambientato in India, viene dedicato un focus particolare al denim: dalla coltivazione intensiva del cotone fino al processo di tintura. Il risultato è un quadro allarmante di sprechi e inquinamento, in cui a colpire più di tutto è il colore innaturalmente blu delle acque reflue, simbolo tangibile dell’impatto devastante di questa filiera sull’ambiente.

Guardare JUNK è un’esperienza scomoda, difficile, dolorosa. Vi sentirete in colpa. Ma è proprio da quel senso di colpa che può nascere una nuova consapevolezza.

Junk: armadi pieni. Will Media

Il titolo scelto è emblematico: JUNK, in italiano, “robaccia”, “porcheria”. Un termine che richiama immediatamente il junk food, il cibo spazzatura che danneggia il nostro organismo. Ecco, il parallelo è perfetto. Perché ciò che il fast fashion produce è esattamente questo: paccottiglia. Capi di bassa qualità, concepiti per durare poco, inquinanti, socialmente inaccettabili, e talvolta persino nocivi per la salute di chi li indossa, ma sempre deleteri per l’ecosistema, e quindi per il nostro futuro. Siamo riusciti, con impegno e pressione collettiva, a ridurre drasticamente l’uso dell’olio di palma, sarà forse così impensabile iniziare a dire no anche al fast fashion?

Quindi, la prossima volta che vi trovate a scrollare senza meta su TikTok, fermatevi. Prendetevi mezz’ora. Informatevi. Guardate JUNK. Fatevi una cultura su un settore che ha un impatto ben più profondo di quanto immaginiate.

Torna al blog