Il poliestere come pensiero critico. L'influencing che celebra il vuoto cosmico del fast fashion
Disclaimer necessario: In questo articolo si affronta il lato oscuro del mondo dell'influencing, con particolare attenzione alla connivenza con il fast fashion e alla mancanza di consapevolezza nei contenuti proposti. È doveroso precisare che non si fa riferimento a tutti gli influencer, ma a una porzione significativa che supporta e alimenta determinati sistemi.
È innegabile che la figura dell’influencer abbia contribuito all’amplificazione dell’iperconsumismo contemporaneo. D’altronde, il loro ruolo consiste proprio nell’indirizzare le scelte di consumo – siano esse prodotti, servizi o esperienze.
Nel caso specifico degli influencer di moda – che sarebbe più corretto definire influencer di abbigliamento, vista la totale assenza di riflessione nei loro contenuti – il legame con il fast fashion è pressoché sistemico. Collaborano costantemente con grandi marchi del settore, promuovendo incessantemente collezioni nuove ogni due settimane, alimentando un flusso continuo di contenuti “haul” che induce un consumo compulsivo.
Ci si concentra esclusivamente su brand di largo consumo, ignorando completamente realtà di nicchia o sostenibili. Peggio ancora, si preferisce fare finta di nulla quando emergono – per l’ennesima volta – le gravi responsabilità sociali e ambientali del fast fashion.
Negli ultimi anni, alcune influencer hanno interrotto collaborazioni con Shein, spinte dagli scandali emersi. Un passo nella giusta direzione, certo, ma alquanto contraddittorio se si considera che continuano a promuovere altri decine di marchi dalle pratiche identiche.
Delineato il contesto generale, è importante approfondire i molteplici problemi legati a questo sistema tossico.
Uno dei principali riguarda la scarsa conoscenza dei prodotti promossi. È comune vedere influencer esaltare tessuti “morbidi” e “luminosi”, dichiarando con sicurezza la qualità di capi composti al 100% da poliestere. Non serve una laurea in fashion design per riconoscere un indumento sintetico e mal confezionato da un brand low-cost. Si può solo sperare che certe affermazioni derivino da precisi accordi commerciali e non da un'effettiva convinzione.
A rendere la situazione ancora più preoccupante è il fatto che gran parte del pubblico è composto da adolescenti, spesso privi degli strumenti critici per distinguere qualità da marketing. Il risultato? Una diffusione capillare di informazioni errate, che legittimano consumi insostenibili e alimentano un’ignoranza diffusa sulla composizione e sul valore reale dei capi.
C’è poi un nodo ancora più complesso: la legittimazione impropria della figura dell’influencer “di moda”.
Nel settore si percepisce da tempo una certa ostilità verso chi si definisce tale, e con buone ragioni. Perché un influencer di moda non è – o non dovrebbe essere – colui che mostra i propri acquisti nei centri commerciali, né chi racconta le tendenze primavera/estate attraverso contenuti superficiali. Non è nemmeno chi discute di “colori giusti” o di “outfit per valorizzare la figura”.
L’influencer di moda, nel senso più autentico del termine, è un’appassionata, una studiosa, una professionista del settore. Analizza sfilate, decodifica tendenze come farebbe un trend forecaster, osserva l’evoluzione dei brand più innovativi. E soprattutto, collega l’abito al tempo che lo genera: alla società, alla politica, alla cultura e tanto altro.
Come ricorda Maria Luisa Frisa ne Le forme della moda, la moda non sono i vestiti, ma un catalizzatore e traduttore degli impulsi della contemporaneità. Chi si occupa davvero di moda possiede anche solide competenze tecniche e materiali.
A fronte di ciò, la gran parte di chi oggi viene identificato come influencer di moda non fa altro che promuovere contenuti vacui, incentivando l’acquisto di prodotti di scarsa qualità e contribuendo attivamente a un modello insostenibile.
Infine, il problema più grave: l’omertà.
Possiamo davvero credere che certi influencer ignorino le pratiche disumane del fast fashion? Bambini costretti a lavorare in fabbriche fatiscenti, con catene alle caviglie e turni massacranti; un impatto ambientale devastante per produrre indumenti usa e getta.
Non si può più parlare di disinformazione: oggi le violazioni etiche del settore sono di dominio pubblico. Chi ha il potere di orientare le scelte dei consumatori ha anche una responsabilità. Eppure, troppo spesso, questa responsabilità viene ignorata in nome di guadagni immediati.
Nel frattempo, i brand emergenti e sostenibili – quelli che provano davvero a cambiare le cose – faticano a farsi spazio, oscurati dalle montagne di collezioni spazzatura che invadono ogni giorno i social.
La domanda, allora, è una sola: fino a quando continueremo a chiamare “moda” ciò che è solo marketing camuffato da lifestyle?