Essere o non essere? Questo è il dilemma
La sostenibilità secondo la Gen Z, tra coscienza e contraddizioni
Davvero la Generazione Zeta è quella che si interessa maggiormente alle pratiche sostenibili del settore moda?
Facciamo un passo indietro. Con “Generazione Z” si intende quella fascia di persone nate tra il 1995 e il 2010 circa: coloro che hanno visto l'alba del nuovo millennio, cresciuti tra crisi ambientale e connessioni digitali.
Piccolo disclaimer: coloro che si trovano dietro a questo schermo appartengono a questa generazione, potrebbero essere di parte ma cercheremo di essere il più obbiettive possibile :).
Ogni generazione è frutto del proprio tempo, influenzata da contesti economici, sociali e culturali che ne modellano mentalità e comportamenti, anche a distanza di anni. Cambiare modo di pensare non è semplice, ma è fondamentale. Comprendere il mondo in cui viviamo è il primo passo per abitarlo in modo consapevole.
La nostra generazione è nata in un contesto di crisi ambientale, fin dall'infanzia siamo stati esposti a notizie sul cambiamento climatico, sulla perdita di biodiversità e sulla crisi delle risorse naturali. Parallelamente, abbiamo avuto accesso illimitato alle informazioni, grazie a un universo digitale sempre attivo, che ci ha permesso di saperne molto, subito, e da ogni angolazione.
Negli ultimi anni, in particolare, si è diffusa una maggiore attenzione all'impatto ambientale e sociale della moda. Per molti di noi, questo ha significato un vero e proprio risveglio. Ci siamo attivati: manifestazioni, atti di sensibilizzazione, contenuti digitali e piccoli gesti quotidiani che, sommati, iniziano a fare la differenza.
Basta aprire TikTok o Instagram: ci sono migliaia di profili di ragazze e ragazzi che parlano di moda sostenibile, mostrano i loro acquisti di seconda mano, raccontano il loro percorso verso un guardaroba più etico.
Tutto positivo, no?
Sì, ma non solo.
Questa diffusione capillare di contenuti e capi sostenibili o second hand ha molti lati positivi: porta le persone a guardare oltre il fast fashion, scoprire alternative più responsabili, costruire uno stile personale meno omologato. Ma non mancano i rischi.
Uno su tutti: l'illusione che “sostenibile” significa automaticamente “giustificato” .
Comprare decine di capi al mese, anche se usati o certificati eco, resta un comportamento consumistico. Il risultato? I capi più vecchi o “meno interessanti” vengono messi da parte, dimenticati o buttati. Il meccanismo è lo stesso, solo mascherato.
Un altro nodo critico è la contraddizione di molti comportamenti : acquistare un capo sostenibile una settimana, e il giorno dopo fare shopping da un marchio fast fashion. È un po' come tenere il piede in due scarpe. Da un lato, si sostiene un modello responsabile; dall'altro, lo si indebolisce con scelte incoerenti.
E no, non basta quel singolo capo “green” per potersi definire sostenibili.
Ma perché questo conflitto? Perché ci ritroviamo divisi tra il voler fare la cosa giusta e il desiderio di seguire l'ennesima tendenza?
La risposta sta (anche) nei social: la pressione costante a stare al passo con trend sempre più fugaci, i famosi micro-trend . E chi risponde più velocemente a questa richiesta continua di novità? Il fast fashion, ovviamente, che produce in tempo record e a costi stracciati.
E così ci troviamo schiacciati tra due forze opposte: da un lato, la volontà di contribuire a un futuro più sostenibile; dall'altro, la necessità (indotta) di apparire sempre aggiornati, sempre in linea con lo “stile del momento”. A complicare ulteriormente le cose, c'è un sentimento diffuso di disillusione: come se, di fronte alla complessità e alla gravità delle crisi che ci circondano, avessimo in parte rinunciato a credere che un cambiamento sia davvero possibile. Una sorta di resa silenziosa, che ci porta a rifugiarci nella gratificazione immediata del consumo, anche quando sappiamo che non è la direzione giusta.
La verità è che viviamo in un'epoca post-moderna , dove non esiste una tendenza dominante. Tutto è lecito, tutto è remixabile. E forse proprio per questo ha ancora meno senso rincorrere ogni trend passeggero.
Il vero atto rivoluzionario oggi è fermarsi , riflettere sui propri valori, costruirsi un'etica personale solidale. In un mondo che ci spinge ad accumulare, scegliere meno ma meglio è un gesto potente. E, onestamente, più cool di qualsiasi micro-tendenza.