Conoscere il problema, ignorare la soluzione: perché il fast fashion non cambia mai
L'industria della moda è una delle principali cause dell’inquinamento globale. Il fenomeno del fast fashion, che oggi vale più di 130 miliardi di euro, ha come protagonista il denim, uno dei materiali più dannosi per l’ambiente e per la salute dell’uomo.
Abbiamo già trattato nei precedenti articoli, il devastante impatto della produzione di un singolo paio di jeans: fino a 4000 litri di acqua, 33,4 kg di CO2 emessi, a cui si aggiungono tinture e agenti chimici che, oltre a consumare ulteriore acqua, finiscono per contaminare fiumi e mari. Le sostanze chimiche utilizzate sono dannose non solo per l’ambiente, ma anche per chi lavora nel settore e per chi indossa questi capi. E non finisce qui: questi jeans da 29,99€ giacciono poi nei cumuli di rifiuti tessili, rifiuti che, invece di essere riciclati, contribuiscono a formare vere e proprie montagne di scarti. *
* Dati Statista
Fonte: Il Vestito Verde
In questo scenario, è evidente come la produzione di denim non solo inquini in modo massivo, ma rappresenti anche un pericolo reale per la salute umana. Ma la domanda sorge spontanea: se tutti sono consapevoli di queste pratiche nocive, se sanno che molte di esse sono vietate, perché continuano a essere adottate senza sosta?
La risposta a questa domanda risiede principalmente nella spinta alla velocità della produzione del fast fashion, che risponde a una mentalità consumistica imperante negli ultimi decenni. La società moderna ha plasmato la convinzione che possedere una grande quantità di abiti sia il segno di benessere, che i vestiti debbano essere acquistati a basso prezzo e poi gettati via, usati magari una o due volte al massimo. Il sistema del fast fashion, rispondendo a questa necessità, accelera la produzione in maniera allarmante, portando a una corsa senza sosta per produrre più capi a costi sempre più ridotti.
E non dimentichiamo che questi capi vengono realizzati in paesi dove le leggi ambientali e sociali sono una chimera. La trasparenza, in un sistema del genere, è praticamente inesistente, mentre le filiere tessili si rivelano così complesse e frammentate che per le aziende risulta difficile monitorare e garantire il rispetto delle normative in ogni fase del processo produttivo. E se le normative non riguardano solo l’ambiente, ma anche la tutela dei lavoratori, la situazione diventa ancora più grave: chi lavora in queste fabbriche, ormai da tempo, si trova a vivere e operare in condizioni disumane, rischiando quotidianamente la propria vita.
Ed ecco che, di fronte a questa realtà, sorge una domanda fondamentale: perché i consumatori, le aziende e i governi, ormai perfettamente a conoscenza di ciò che accade, non si fanno carico di promuovere pratiche più etiche e sostenibili?
Forse i consumatori si sentono lontani da questa realtà? Forse non pensano che questa problematica li riguardi direttamente? La verità, invece, è che il sistema moda ci tocca ogni giorno della nostra vita, anche se crediamo di volerlo ignorare. Ogni acquisto, ogni capo che scegliamo, ogni tendenza che seguiamo, alimenta questo circolo vizioso. Dobbiamo renderci conto che la moda non è un gioco superficiale, ma una parte integrante della nostra esistenza. E se anche una sola persona decidesse di rinunciare a un acquisto nel proprio negozio di fast fashion preferito, la differenza sarebbe significativa. Ci accorgeremmo, forse con un po' di sorpresa, che non abbiamo davvero bisogno di così tanti vestiti in 100% poliestere.
Le aziende, dal canto loro, sono ben consapevoli che implementare pratiche sostenibili è un’impresa che richiede tempo, risorse e denaro. Eppure, ciò che non comprendono è che questo cambiamento non è impossibile. Esistono soluzioni, supporti e guide per accompagnarle lungo questo percorso. E, soprattutto, è urgente che le imprese facciano questo passo, perché siamo ormai arrivati a un punto di non ritorno.
Ma cosa fanno i governi, coloro che hanno il potere di cambiare le cose? È chiaro che potrebbero fare molto di più, ma si limitano a manifestare una consapevolezza del problema senza mai adottare azioni concrete. Certo, ogni paese ha le sue peculiarità, le sue difficoltà economiche, politiche e culturali, ma alla fine la risposta è la stessa: molto si dice, ma poco si fa. L’Unione Europea, ad esempio, sta cercando di sviluppare strategie orientate all’economia circolare, alla trasparenza e alla tracciabilità, ma i processi sono estremamente lenti. E mentre si discute, il pianeta e i lavoratori sono ormai al collasso.
Forse il motivo per cui il problema è stato affrontato con tanto ritardo è che la moda non è mai stata presa sul serio, soprattutto nel nostro paese, dove ci vantiamo del contributo significativo che la fashion industry apporta al PIL e dove, con una certa compiacenza, ci lamentiamo delle difficoltà durante le fashion week nel muoverci per Milano.
Ma è giunto il momento di cambiare, la moda è una delle leve principali su cui si gioca il nostro futuro. Se non iniziamo a cambiare, se non decidiamo di adottare pratiche più etiche e sostenibili, rischiamo di trovarci a pagare un prezzo troppo alto.