CANTO PRIMO: radicalmente sostenibili

CANTO PRIMO: radicalmente sostenibili

Canto Primo è un collettivo creativo nato dall’incontro tra l’illustratore argentino Franco Zuculini e le stiliste Lola Català e Carola Quaglia. Fondato nel 2021, il brand si distingue per un approccio radicale alla moda sostenibile, combinando arte, design e riciclo. Ogni collezione prende forma partendo dall’universo artistico di Zuculini, che si intreccia con l’expertise sartoriale di Lola e Carola, unite da una visione comune: ridurre gli sprechi e promuovere l’economia circolare.

In un’industria ancora legata a dinamiche di spreco e sovrapproduzione, Canto Primo sceglie un percorso alternativo, fondato sul recupero e la trasformazione di materiali esistenti. Per approfondire il cuore di questo processo, abbiamo parlato con Lola e Carola, che ci hanno raccontato come il riuso creativo e l’upcycling siano alla base di ogni collezione. Nessun compromesso con il sistema tradizionale: solo ciò che è stato scartato, reinterpretato con cura artigianale e visione artistica. Un modello produttivo che sfida le regole e invita a ripensare il concetto stesso di nuovo.


1.Come scegliete i tessuti (soprattutto denim e deadstock) e quali criteri di sostenibilità guidano questa scelta?

Lola: Il denim ci viene procurato da un’azienda del centro Italia con cui collaboriamo specializzata in deadstock di denim. Hanno rilevato un grande quantitativo di materiali provenienti da una fabbrica di denim che produceva per diversi brand e che purtroppo ha chiuso. Tra queste rimanenze ci sono capi fallati, campionari o prodotti rimasti incompleti — senza finiture, lavaggi o accessori — che non possono essere venduti per motivi tecnici o estetici.

Da circa un anno e mezzo lavoriamo con questi materiali, altrimenti destinati al macero. Questa azienda era specializzata in lavaggi, tinture e colorazioni, quindi abbiamo la fortuna di poter utilizzare denim con effetti unici e particolari, che spesso diventano la base per i nostri pezzi unici.

Attualmente stiamo lavorando su un grande stock di denim, ancora arrotolato e legato con fascette di plastica, nemmeno lavato o ammorbidito. Stiamo collaborando con una tintoria per donargli una nuova vita attraverso lavaggi e processi che li rendano più morbidi e pronti per essere trasformati in nuovi capi.

 

2. Quali sono le principali difficoltà che incontrate nel trasformare scarti e invenduti in nuovi capi di denim? (struttura del tessuto, lavaggi, resa estetica..) 

Carola: La difficoltà principale è sicuramente il controllo qualità. Quando lavoriamo con scarti o tessuti invenduti, spesso non conosciamo la loro storia: non sappiamo dove fosse il difetto originale o che tipo di trattamenti abbiano già subito. Un denim può sembrare perfetto all’inizio, ma poi, durante il taglio, si rivela un problema nascosto — può strapparsi facilmente o presentare zone scolorite in modo irregolare.

Per questo abbiamo imparato che la prima fase fondamentale è conoscere a fondo il materiale: osservarlo, testarlo e studiare come reagisce prima di metterlo in produzione.

Dall’altro lato, lavorare con una varietà così ampia di materiali ci ha dato una grande versatilità mentale. Non focalizzandoci su un solo tipo di prodotto, abbiamo imparato a muoverci tra tanti tessuti e lavorazioni diverse. Questa esperienza ci permette di essere più flessibili e creativi anche in fase di design — spesso scopriamo nuove possibilità proprio mentre stiamo lavorando ai capi.


3. In che modo l’attenzione all’ambiente influenza le vostre decisioni estetiche e di design?

Lola: Per noi la sostenibilità è un principio che guida sia le scelte produttive, che quelle estetiche. Evitiamo materiali e lavorazioni troppo contaminanti — come flock, foil, strass o applicazioni sintetiche — perché generano un forte impatto ambientale e sono difficili da riciclare.

Preferiamo riutilizzare materiali già esistenti: in questo modo ne allunghiamo la vita e riduciamo la necessità di produrre nuovo. Alla base della nostra idea di sostenibilità c’è proprio questo: non sprecare e non creare inutilmente, ma valorizzare ciò che già esiste.


4. Che pratiche adottate per ridurre l’impatto del ciclo produttivo (lavaggi, trattamenti, trasporti, packaging)?

Carola: Sul fronte della logistica e dei resi, abbiamo sviluppato una politica molto precisa. All’inizio avevamo deciso di non accettare resi, per stimolare una maggiore consapevolezza al momento dell’acquisto; successivamente, per venire incontro ai clienti, abbiamo introdotto la possibilità di reso, ma con una procedura controllata — è necessario dimostrare che il capo non va bene per motivi reali. Questo ci aiuta a ridurre le spedizioni inutili e un impatto ambientale legato ai trasporti.

Per quanto riguarda il packaging, utilizziamo esclusivamente carta riciclata e materiali senza plastica. Sono scelte semplici ma concrete. Realizzare un packaging completamente sostenibile richiede un grande impegno anche economico, ma è un obiettivo su cui stiamo continuando a lavorare.


5. Avete già dati o metodi per misurare l’impatto positivo del vostro lavoro (es. materiali recuperati, emissioni evitate, durata dei capi)?

Lola: Al momento non abbiamo ancora iniziato a misurare in modo sistematico l’impatto positivo del nostro lavoro, ma è un passo che ci siamo impegnati a fare a breve. Abbiamo già raccolto e tracciato molti dati interni — come la quantità di materiali recuperati o i capi realizzati attraverso collaborazioni con altri brand — che rappresentano una base solida da cui partire.

L’obiettivo è proprio quello di trasformare queste informazioni in indicatori concreti di sostenibilità, per poter quantificare l’impatto reale delle nostre pratiche e migliorare progressivamente nel tempo.


6. Guardando avanti: state considerando certificazioni, oppure strategie di crescita? Vi immaginate più orientate a scalare per raggiungere un pubblico più ampio o a rimanere un brand di nicchia, legato all’unicità artigianale?

Lola: Al momento non abbiamo certificazioni e non pianifichiamo di ottenerle a breve . Sono un po’ scettica sul tema, perché per ottenere e mantenere una certificazione serve pagare un canone annuale, e nel nostro caso non avrebbe un reale valore aggiunto: la sostenibilità del nostro brand è già evidente nelle pratiche quotidiane, nei materiali che usiamo e nella trasparenza del processo. Le certificazioni possono essere utili per entrare in network aziendali con regole comuni, ma per il consumatore finale spesso non fanno davvero la differenza.

Per quanto riguarda le nostre visioni a lungo termine, da un lato, vogliamo mantenere la nostra anima artigianale e continuare a realizzare pezzi unici, che restano il cuore del brand — un po’ come opere d’arte, irripetibili e personali. Dall’altro, stiamo lavorando per ampliare la nostra offerta, con prodotti che ci permettano di raggiungere un pubblico più ampio senza snaturare la nostra identità.

Il nostro obiettivo è creare un polo produttivo dedicato non solo al nostro brand, ma anche aperto ad altre realtà che lavorano con upcycling e tessuti deadstock, per favorire una filiera più circolare e condivisa. 

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